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Biografia: Notizie sull'artista

Fabio Mingarelli, in arte Ming, nasce a Faenza, dove trascorre l’infanzia. Si trasferisce con la famiglia ad Avellino, dove tuttora vive.
La madre, Gabriella Rivalta, da buona faentina è ceramista ed insegna decorazione e tecnologia all’Istituto Statale d’Arte di Avellino… sarà lei a portare il figlio nei laboratori della vecchia scuola d’arte ed a svelargli i segreti dell’antica arte del fuoco.
Come l’artista ama ricordare: “...ero talmente piccolo che quando mia madre mi portava nei laboratori, dove c’erano gli altri suoi colleghi, dopo le prime carezze e qualche pizzicotto sulla guancia, nessuno più badava a me... era come se diventassi invisibile... ed in quel preciso istante, io, cominciavo a divertirmi... potevo toccare ogni cosa... colori, smalti, pennelli... giocare con l’argilla... sporcarmi... era bellissimo... mi lasciavo trasportare lasciando che gli anni passassero e mi dessero in seguito le capacità per poter assaporare il gusto di una discussione artistica”.

Questa era l’aria che si respirava in quegli anni... anni di fermento... anni in cui la creatività poteva davvero elevarti al di sopra dei “comuni mortali”. Comunque per poter comprendere appieno l’arte di Ming bisogna saper cogliere nelle sue opere i codici espressivi della modernità e collegarli alla “memoria” stessa dell’artista; certamente non è cosa facile, ma….cosa c’è di facile oggi che non sia scontato?! Tralasciamo per il momento l’attività svolta nella bottega di ceramica della “Julia Bèla” in Avellino con la madre e la moglie Pina e soffermiamoci piuttosto su quella pittorica. Difficilmente catalogabile è l’arte di Ming …si potrebbe parlare di astrattismo, ma così non è, in quanto incastri complicati di forme si fondono in una ritmica compositiva con colori che divengono a volte puri e a volte amalgamati in infinite sfumature e velature…..ed all’interno dell’opera, l’occhio attento percepisce,anzi, intuisce... la memoria... il linguaggio dell’artista.

Ovviamente non è immediato tutto ciò, e questo è proprio quello che si aspetta Ming. La sua arte è come un linguaggio sconosciuto che deve venire appreso un po’ per volta, senza fretta…ti deve penetrare, coinvolgere, emozionare, stimolare. Come scrisse di lui il critico piemontese Vietto: “...l’altro quadro l’ho trovato sorprendente e potentemente evocatore, a cominciare dalla scelta e dall’accostamento delle forme e dei colori, con la costruzione di un intrigante puzzle di anatomie frammentate, in cui una mente ossessionata come la mia o di chiunque altro si può applicare a riconoscere dita con unghie e polpastrelli, peni a glande vivo o prepuziato e seni con i loro capezzoli rubizzi, una vulva in attesa verso cui tutto sembra convergere, altri orifizi di anatomie aliene, il tutto in una danza di incastri che si svolgono sul campo verde del piacere e delle attese.

In questi ultimi due anni l’artista ha abbandonato, temporaneamente, l’arte astratta….consigliato da un suo collega….in quanto la stessa gli provocava un travaglio interno forse eccessivo. Il ritratto è diventato predominante e con esso il disegno….i suoi ultimi lavori sono molto “disegnati” e come dice lui stesso: “….è come per me una terapia…il poter vedere ora una forma compiuta, definita, fa si che il mio animo si rilassi fino al punto di poter essere cosi libero da sperimentare nuove forme espressive.

Naturalmente ritroviamo in questi lavori le caratteristiche peculiari già presenti nelle opere precedenti come la tela trattata in modo materico e il segno predominante. Con la ritrattistica l’artista ha comunque avuto diversi riconoscimenti, ultimo dei quali il primo premio nel concorso “Sfumature di donna” indetto dalla galleria d’arte “Alfonso Grassi” di Solfora.
Per la cronaca Ming, essendo personaggio molto schivo e sfuggente e per niente incline alla vita mondana, ha finora esposto molto poco le sue opere e ,quasi esclusivamente, presso gallerie o locali di amici fidati e di vecchia data. Espone soprattutto all’estero, dove non è richiesta la sua presenza. Nel 2005 e 2006 ha partecipatoa mostre collettive tenutesi a Londra, Firenze e Tokio. Nel nov. 2007 un suo lavoro è stato recensito in modo lusinghiero dal critico Vittorio Sgarbi.
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